Per far crescere il tabacco occorreva l’acqua, il sudore della fronte e il canto delle donne. Il canto scioglieva la fatica, che era insieme risata, pianto e pena d’amore. Almeno il cuore doveva essere leggero, per tenere su le braccia stanche. In fabbrica però, alla manifattura, non si poteva né cantare e né parlare, solo il fragore delle macchine, del nastro trasportatore che zittiva tutte, le donne come i più umili tra gli ingranaggi. Ma quando si infilavano le foglie del tabacco, seduti fuori, era una festa: tutti giovani, anche cento, a parlare di tutto, in un lavoro gestito da sé e scandito dal “cuntare”, dal raccontare e raccontarsi, infilando insieme speranze, desideri, segreti, preghiere, con il pensiero a quando “faiumu vecchi”, a quando diventeremo anziani.